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dreamstimefree_21625 Sullo schermo piatto compare un uomo calvo. Adagiato su un tavolo di legno, parla un inglese così strano da non sembrare nemmeno madrelingua. Mostra thRRRRee bottiglie di birra, con la r durissima. C’è la summer ale, leggera e dissetante. La Indian Pale Ale, fruttata e dai sapori forti.

E poi il colpo di genio, uno dei simboli del Kentucky: la bourbon barrel ale, lasciata per sei settimana a decantare nei barili dove qualche mese prima era stato a invecchiare il bourbon whiskey, assorbendone i rimasugli dolciastri e il colore rossastro. Ci troviamo nel negozio della Town Branch distillery and brewery, in centro a Lexington. La triade di birre è la specialità della casa. L’uomo calvo sullo schermo televisivo, invece è il Dottor Pearse Lyons, improbabile eroe fai-da-te dell’imprenditoria alcolico-agricola americana, e padre padrone di Town Branch. Parla un inglese assurdo perchè è irlandese purosangue, di Dublino, con trascorsi di studio in Inghilterra, dove prese un dottorato di ricerca in yeast fermentation, fermentazione del lievito. Sì, proprio così.

A carriera già abbondantemente inoltrata, capitò in Kentucky per motivi di lavoro, e decise che qui avrebbe fatto partire la sua grande scommessa. Fondò Alltech, società di consulenza, dove poteva applicare le sue conoscenze scientifiche al servizio dei produttori di birra. La leggenda – letta su Wikipedia, come ogni buon giornalista d’inchiesta- vuole che tutto partì in un garage, con un investimento di 10mila dollari, e che dopo due mesi fosse già in attivo. E così la sua attività si espanse a dismisura, estendendosi alle biotecnologie e alla produzione di mangimi per animali di allevamento, fino a rilevare la storica birreria di Lexington, avviata verso il fallimento. Una decisione, quest’ultima, a metà tra uno sfizio e un capriccio. Voleva semplicemente che il figlio, studente all’University of Kentucky, iniziasse a scoprire il mondo della birra con un tirocinio presso il birrificio locale. E l’unico modo, a quel punto, era comprare il birrificio stesso.

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Horses, bourbon and basketball. In tre parole, il Kentucky.
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Così annuncia Greg, colui che, assieme alla moglie, ci ha eroicamente ospitato per un lungo fine settimana a Lexington, luogo simbolo di questo stato affascinante. «Uno stato stranissimo. E’ uno di quelli che spinge più forte per implementare la riforma sanitaria di Obama, e al tempo ha alcune tra le sacche conservatrici più forti del paese» ci spiega durante la colazione. «Puoi pensare a Lexington e Louisville come a due Copenaghen in mezzo al Pakistan. Due bolle blu dentro a un mare di rosso» aggiunge, facendo riferimento al dualismo cromatico che divide i democratici (in blu) dai repubblicani (in rosso) sulle mappe pre-elettorali. Ci troviamo a poche centinaia di metri dal campus della University. Sono in tutto meno di 6 ore di macchina da Chicago – tutto sommato nulla per le distanze americane – ma sembra davvero di essere in un altro mondo. Per paesaggi, cultura, influenze, e soprattutto accento dei locali.

A dirla tutta, avrebbe dovuto essere un sabato di basket, con Kentucky-Tennessee in programma alla storica Rupp Arena di Lexington, e copioso materiale per millantare di draft, NBA, futuri talenti. Fingendosi pure esperti. Ma dall’ufficio di pubbliche relazioni dei Wildcats è arrivato un sonoro diniego per il nostro pass stampa – a ricordarci per l’ennesima volta la salutare lezione che il college basket è roba per americani, e un giornalaio italiano è sempre il primo a restare fuori quando le richieste diventano numerose. E allora, con il biglietto più economico venduto a 150 dollari, abbiamo deciso di ignorare completamente la pallacanestro, volgendo le nostre mire ad altri obiettivi. Avrebbe dovuto essere una sofferenza epica, uno smacco per le nostre passioni. Ma vogliamo essere onesti, e ammettere che si vive benissimo anche senza basket, nonostante ci piaccia far credere – a noi stessi e agli altri – l’esatto contrario. E allora, tolto un elemento della triade, restano gli altri due, che faranno da colonna sonora per tutto il fine settimana.
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Nel Lago Michigan si aggira, a suo rischio e pericolo, una specie la cui presenza sorprende gli stessi abitanti di Chicago.

Pescatori

C’è il lago, la luna, una brezza da est. Fumo di salsiccia. Ma l’uomo al nostro fianco non se ne cura.
Motherfucker. E’ il mantra che scandisce i minuti. Lui contro i pesci, colpevoli di non abboccare, mentre tutto attorno volano lenze.

E’ una tipica sera di settembre all’imboccatura di Jackson Harbor, nel South Side di Chicago. La periferia – periferia? – della città attanagliata dalla violenza, come titolarono il mese scorso un paio di pezzi grossi dell’editoria quotidiana italiana in seguito a una sanguinosa sparatoria. Fingendo di non sapere (non fingevano, Andrea, è che proprio non lo sapevano… ndr) che tali sparatorie, sul territorio di tutta la città, sono un triste bollettino quotidiano, piuttosto che un evento eccezionale (ma il cane che morde il padrone non fa notizia, come insegnano ai poveri pirla che studiano Scienze della Comunicazione). E allora eccoci qui, dove i grattacieli s’intravvedono appena, e downtown è una sorta di miraggio dai contorni vaghi. Non perché ci piaccia fare gli alternativi o gli amici del popolo – per quello ci sono già gli hipster che popolano la città – ma perché il campus dell’Università di Chicago, dove viviamo, è a meno di due chilometri. E comunque il South Side, se volete saperla tutta, un po’ ci piace. Perché è solo deserto urbano e grate alla finestra, ma anche spazi, spiagge, prati, piste ciclabili. E frammenti di umanità vibrante.

Ma il motivo per cui siamo qui è un altro. E’ la malattia della pesca, il richiamo del pesce più ambito per i pescatori della Wind City. Il salmone del Pacifico. What? There’s salmon in the lake? E’ la reazione standard di qualsiasi interlocutore. Anche di quelli che sono nati e cresciuti a Chicago. Perché salmone, giustamente, evoca Alaska, orsi, pini e alci che attraversano i fiumi.
Non i metri cubi di cemento e le ciminiere delle acciaierie che attanagliano (stavolta il verbo è appropriato, ndr) la costa del Lago Michigan, dal confine con l’Indiana alla punta del Wisconsin. Eppure devono tutti rassegnarsi allo stupore. Perché i salmoni ci sono veramente, e all’arrivo dell’autunno, quando l’acqua torna a essere fresca, si presentano nei maggiori porti della città. Scambiandoli per fiumi, vittime di un inganno colossale.
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Chi ha girato il mondo sa benissimo che in un corposo numero di nazioni volare è un’attività che differisce molto dall’immagine patinata diffusa dalle pubblicità.
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È insomma possibile, per chi vi capiti, vivere esperienze che riportano indietro di parecchi anni: nel servizio, nell’imbarco, nelle modalità. Certi collegamenti tra isolette dei Caraibi o dell’Asia, certi voli interni in nazioni sudamericane, che possono dare la sensazione di avventura, per chi è abituato a scenari più fluidi, anche quando non differiscano, in sicurezza intrinseca, da un Londra-New York compiuto dall’ultimo modello di Boeing o Airbus.
È però possibile vivere esperienze particolari anche in paesi per così dire evoluti, quando siano sufficientemente grandi da lasciare spazio, al loro interno, a modalità di volo quasi a misura d’uomo.
È quello che capita ad esempio negli Stati Uniti con le tante piccole linee aeree regionali, quelle che colmano gli spazi, invero non numerosi, lasciati scoperti dalle compagnie tradizionali. È importante sempre ragionare considerando le dimensioni degli Usa, naturalmente: muoversi all’interno di uno stato di dimensioni medio-grandi corrisponde allo spostarsi da un capo all’altro di certi paesi europei, con tutte le differenze che questo comporta sul piano della percezione generale. Un Milano-Palermo è un volo da un capo all’altro di una nazione: ma la distanza, 890 chilometri in linea d’aria, è solo di 120 chilometri superiore a quella tra Miami e Tallahassee, situate all’interno del medesimo stato, la Florida, che nella mappa degli Stati Uniti risalta per la posizione e la forma, ma non certo per la dimensione.
IMG_6088 Gli spostamenti a livello regionale, dunque, aprono squarci interessanti per chi voglia sperimentare il trasporto aereo su prospettiva, come dire?, non di massa.
Si parla cioé delle cosiddette commuter airlines: commuter in generale è la parola che corrisponde al nostro “pendolare, ovvero chi ogni giorno percorra lunghe distanze per recarsi da casa al lavoro e viceversa, e in questo ambito, divenendo sostantivo aggettivato, indica le linee aeree che servono aeroporti di piccole dimensioni, collegandoli tra di loro oppure con grandi centri.
È il caso della Air Choice One, dalla quale, precisiamo, non abbiamo ricevuto un euro (onesti ma fessi; fessi ma onesti, sì), che permette di vivere l’esperienza del volo in una maniera inusuale, ai nostri tempi.
La linea ha sede e centro operativo a St.Louis, nel Missouri, e la collega con Burlington (Iowa), Jonesboro (Arkansas), Decatur (Illinois) e O’Hare, ovvero il principale dei due aeroporti di Chicago. Ma la particolarità non risiede in questo, bensì nelle modalità di viaggio: gli aerei sono Cessna Grand Caravan a elica, con soli nove posti a sedere, di cui tre in fondo (in pratica, un divano), quattro in mezzo (due a due uno di fronte all’altro) e due davanti, cioé alle spalle dei piloti, che possono dialogare in ogni momento, ove questo sia possibile senza compromettere la sicurezza, con i passeggeri. Sedili in pelle color crema che paiono quelli di una limousine (mai stati su una, ma pensiamo siano così), scaletta esterna che viene aperta da un unico addetto, scali di pochi minuti, giusto il tempo di fare rifornimento (se serve) e imbarcare passeggeri e bagagli.
IMG_6094La particolarità davvero forte è che può capitare che si sia a bordo… da soli, piloti ovviamente esclusi. È quello che ci è successo di recente sulla tratta St.Louis-Decatur-O’Hare, con partenza da St.Louis alle 5 del mattino, arrivo a Decatur alle 5.45, ri-partenza alle 6 e arrivo a Chicago alle 7.20. Nella tratta iniziale a bordo eravamo solo noi di MondoAmerica, i due piloti e un dipendente della compagnia in missione a Chicago. Per cui si è realizzata, alla tariffa complessiva di circa 60 euro, quella particolarità cui la Air Choice One accenna nel proprio sito: “l’esperienza di volo con noi è stata spesso paragonata a quella di un volo privato”.
Con tutte le curiosità del caso: non solo è possibile seguire tutte le fasi di decollo e atterraggio con piena visibilità frontale, ma capita che appena fermato il velivolo a Decatur il pilota si giri e ti dica «se deve andare in bagno scenda subito portando con sé la carta d’imbarco, tra 15 minuti ripartiamo». E sia alla partenza sia all’arrivo si viene accompagnati alla scaletta da un addetto e si esce ed entra dal terminal, il medesimo usato dalle grandi compagnie, da una porticina che sembra quella di servizio, come se realmente il servizio fosse personalizzato.
È un modo particolare di viaggiare, che consente anche di ammirare il panorama con maggiore calma: il Grand Caravan infatti non procede a velocità elevata, e lo scorrere del paesaggio si svolge con maggiore lentezza, dando anche in questo caso l’impressione di essere su un velivolo a propria disposizione.
Nelle immagini di questa pagina alcuni esempi dell’esperienza, che consigliamo caldamente a chi dovesse recarsi nei luoghi collegati dalla compagnia, ma che è possibile vivere anche altrove, negli Stati Uniti. Basta informarsi sulle compagnie aeree della regione in cui si intenda recarsi.