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Spaventosa, la media. In senso aritmetico, ovvero la somma di alcuni numeri divisi per se stessi: può voler dire tutto o niente, e ad esempio è stata usata per anni, prima dell’avvento di un approccio analitico più profondo, per determinare il valore di giocatori di vari sport, nella loro specialità.

JacksonvilleÈ un aggettivo, o sostantivo a seconda degli usi, utilissimo e falsissimo. La famosa media di mezzo pollo a testa, se uno ne mangio uno e tu nessuno, insomma. Ma si usa anche per determinare l’equidistanza di una qualsiasi entità dagli estremi, secondo definizione.

Il telespettatore medio, l’utente medio, il passeggero medio. E ovviamente anche la città media, adesso. È uscito di recente un rapido studio che ha classificato le città americane. Medie, ovviamente. La procedura è stata questa: si è fatta la somma degli abitanti delle aree metropolitane degli Stati Uniti e la si è divisa per il numero di tali aree. Ne è venuta fuori una curiosità: la città americana media sarebbe Jacksonville, che conta 850,000 abitanti e copre una superficie di 2265 metri quadri, poco meno del doppio di Roma. Alla conclusione è arrivato Matthew Yglesias di Slate, commentando il post di un altro blogger, Tyler Cowen che aveva invece proposto Knoxville, nel Tennessee.

Esaminiamo i due casi, riprendendo le parole di Cowen: Knoxville ha circa 824.000 abitanti nella sua area metropolitana, è sufficientemente grande per essere una metropoli senza però essere una GRANDE metropoli, essendo oltretutto la terza città del Tennessee dopo Memphis e Nashville; il livello di istruzione è elevato al punto da farle evitare i peggiori stereotipi relativi al Sud (Knoxville è anche la sede della celeberrima University of Tennessee); e mescola elementi culturali e sociali del Sud e della regione degli Appalachi, così estese da non poter essere trascurate.

Secondo Yglesias però Jacksonville ha la meglio: è a Sud ma non è una città classicamente sudista nel dna; è nei pressi del mare ma non è una città di mare; la percentuale di studenti che abbandona il liceo prima dei cinque anni è inferiore a quella del resto degli Stati Uniti ma quella degli abbandoni di università è più alta; di il suo residente tipico, spiega, abita in un quartiere residenziale periferico pensato per possessori di automobile ma non disconnesso in continuità territoriale con il centro.

Va detto che in realtà la superficie della città è la più vasta di tutti gli Stati Uniti, e dunque non fa certo media, ma questo è dovuto al fatto che dal 1968 venne omologata alla contea di Duval, divenendo in pratica LA contea di Duval.

Argomentazioni sufficienti e credibili, ma non al punto da smorzare qualsiasi dibattito – sempre che ci sia bisogno di dibattere su cose del genere. Ed ecco allora suggerimenti più o meno validi da parte dei lettori: Muncie (Indiana); la già citata Memphis, che però è un po’ troppo particolare dal punto di vista culturale, per via della musica (il blues, principalmente); Kansas City; Wichita Falls (Texas); Louisville (Kentucky).

E Peoria, nell’Illinois, che per decenni è stata la pietra su cui scolpire le caratteristiche dell’America media, tanto che il suo residente tipo era “la casalinga di Voghera” in versione statunitense: qui venivano infatti effettuati i testi sul gradimento di nuovi prodotti alimentari o elettrodomestici, all’insegna del “will it play in Peoria?” (ma a Peoria funzionerà?) originato dalla tradizione di teatro, anche sguaiata, di questa cittadina sul fiume Illinois, nella parte centrale dello stato, dove sopravvive un paio di barconi a ruota. L’aumento della disoccupazione e del numero di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà, salite oltre la media nazionale, e la diversa miscela etnica rispetto al passato hanno però modificato il panorama, e a detta di molti Peoria non rappresenta più la Middle America – che non corrisponde poi, viene specificato, all’America media: e allora, se l’etichetta può essere affibbiata a Jacksonville dal punto di vista anagrafico, da quello delle abitudini, della composizione etnica, dello status sociale pare che ora sia Columbus, Ohio, la nuova Peoria: è qui che ad esempio Wendy’s, la nota catena di fast-food, mette alla prova nuove ricette, nuovi panini e nuovi gusti. A Columbus ci sono varie università, tra cui l’immensa Ohio State, ma come si legge nell’articolo cui si è ispirato Cowen c’è anche una forte cultura imprenditoriale; ci sono gallerie d’arte alternativa ma anche una solidissima cultura del lavoro senza fronzoli classica del Midwest. Se un panino ottiene gradimento qui il successo, o almeno il non-fallimento altrove, è garantito.

Columbus, Ohio, dunque: medesimo stato di Dayton, che venne a galla in un libro di fine anni Sessanta (The Real Majority) che identificava l’americano medio come una casalinga 47enne di Dayton (dunque sempre Ohio, anche se è un’altra cosa rispetto a Columbus) con due figli e un marito impiegato presso una delle fabbriche della zona. Anche uno stereotipo, se vogliamo: malo stereotipo, spesso, È la media di tutto quel che si sa, o si pensa di sapere, di una città, di una nazione, di un continente.