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Nel Lago Michigan si aggira, a suo rischio e pericolo, una specie la cui presenza sorprende gli stessi abitanti di Chicago.

Pescatori

C’è il lago, la luna, una brezza da est. Fumo di salsiccia. Ma l’uomo al nostro fianco non se ne cura.
Motherfucker. E’ il mantra che scandisce i minuti. Lui contro i pesci, colpevoli di non abboccare, mentre tutto attorno volano lenze.

E’ una tipica sera di settembre all’imboccatura di Jackson Harbor, nel South Side di Chicago. La periferia – periferia? – della città attanagliata dalla violenza, come titolarono il mese scorso un paio di pezzi grossi dell’editoria quotidiana italiana in seguito a una sanguinosa sparatoria. Fingendo di non sapere (non fingevano, Andrea, è che proprio non lo sapevano… ndr) che tali sparatorie, sul territorio di tutta la città, sono un triste bollettino quotidiano, piuttosto che un evento eccezionale (ma il cane che morde il padrone non fa notizia, come insegnano ai poveri pirla che studiano Scienze della Comunicazione). E allora eccoci qui, dove i grattacieli s’intravvedono appena, e downtown è una sorta di miraggio dai contorni vaghi. Non perché ci piaccia fare gli alternativi o gli amici del popolo – per quello ci sono già gli hipster che popolano la città – ma perché il campus dell’Università di Chicago, dove viviamo, è a meno di due chilometri. E comunque il South Side, se volete saperla tutta, un po’ ci piace. Perché è solo deserto urbano e grate alla finestra, ma anche spazi, spiagge, prati, piste ciclabili. E frammenti di umanità vibrante.

Ma il motivo per cui siamo qui è un altro. E’ la malattia della pesca, il richiamo del pesce più ambito per i pescatori della Wind City. Il salmone del Pacifico. What? There’s salmon in the lake? E’ la reazione standard di qualsiasi interlocutore. Anche di quelli che sono nati e cresciuti a Chicago. Perché salmone, giustamente, evoca Alaska, orsi, pini e alci che attraversano i fiumi.
Non i metri cubi di cemento e le ciminiere delle acciaierie che attanagliano (stavolta il verbo è appropriato, ndr) la costa del Lago Michigan, dal confine con l’Indiana alla punta del Wisconsin. Eppure devono tutti rassegnarsi allo stupore. Perché i salmoni ci sono veramente, e all’arrivo dell’autunno, quando l’acqua torna a essere fresca, si presentano nei maggiori porti della città. Scambiandoli per fiumi, vittime di un inganno colossale.

I pesci vengono immessi nel lago ogni anno, quando sono poco più lunghi di un dito. E’ una trovata che risale agli anni Cinquanta, quando l’apertura dello stretto che collega i Grandi Laghi all’Oceano favorì l’ingresso in acque dolci di tonnellate di alewives, una specie di aringa che colonizzò i laghi finendo con il causare maleodoranti morie sulle spiagge delle città. Poi, come sempre, le cose non andarono come previsto. Buttare dentro i salmoni era un modo per provare a combattere quell’invasione, ma si rivelò essenzialmente una geniale trovata per restituire a Lake Michigan, piegato dall’inquinamento, un minimo di interesse per la pesca sportiva. E così i pescatori iniziarono a comprare le licenze: in un battibaleno, era nata una nuova fonte di sostentamento per le disastrate casse degli stati affacciati sul lago. I salmoni, tutto sommato, si sono adattati bene. Non possono ovviamente riprodursi con successo, visto il basso numero di fiumi. Ma crescono, mangiano, migrano. E ogni tanto abboccano, con la frequenza di un’eclissi di sole.

Si continua a lanciare. Vicino a noi è partita una feroce disputa, anche se il buio confonde i confini degli interlocutori. Qualcuno, nell’oscurità, ha sparato la bomba. LAKE MICHIGAN È PIU’ GRANDE DELL’OCEANO. Seguono risa di scherno. La conversazione si infiamma. Gli animi pure. Vengono riesumate leggendarie lezioni di geografia ricevute nel fifth grade, l’equivalente della nostra terza elementare. Roba da far impallidire l’azzurro di sci di Fantozzi. «Intendevo dire che tutti i grandi laghi, messi insieme, sono più grandi dell’Oceano» prova a correggersi. Ma è un rimedio peggio del male. Anzi, del mare. Piovono altre risa. Stop that shit. Please! Stop that shit now! Gli si chiede di piantarla, tra risate e urla. Ma lui non molla. Controderide la folla. «I don’t know shit? YOU don’t kmow shit!». La voce si sparge. Lungo la banchina di cemento i rumori corrono. Altri pescatori, annoiati dalla totale assenza dei pesci, sopraggiungono. «Ha detto veramente una stronzata del genere?». Altre risa. Hey, how come it ain’t no tuna in here then? Come è che non prendiamo mai un tonno, allora? Il ribelle sparisce nell’oscurità, sconfitto.

Si è ristabilita la calma. Si torna a insultare i pesci. Motherfucker. E’ sempre il pescatore a fianco.
Deve dirlo almeno ogni cinque lanci. Adesso è incazzato con un salmone che ha appena squarciato la superficie. Un balzo goffo, un tonfo sordo. E’ buio, non si vede nulla. Ma i motherfuckers sono lì sotto ai nostri piedi, e ogni tanto manifestano la loro presenza. Sono bestioni di 8,10, anche 12 o 13 kg. Ingrassati da quattro anni di indigestioni di pesce in giro per il lago, e ora pronti a rispondere all’istinto della riproduzione. Jumping motherfucker. On my fuckin’ feet. Variazione sul tema. Il buio è rotto dalle sagome fosforescenti delle esche. Sono “glow spoon”, cucchiaini di metallo fluorescenti che vengono lanciati e recuperati a varie velocità, per indurre i pesci ad attaccare.
Fanno leva sull’istinto, più che sulla fame: i salmoni hanno smesso di nutrirsi da qualche settimana, l’unico modo per sperare di prenderli è farli incazzare, trascinarli in un attacco d’ira. Ma loro sono più calmi di noi, come spesso accade.

Do you have a smoke? Arriva Clyde sulla sua bicicletta scassata, pedalando faticosamente sull’erba. Clyde si riconosce da due tratti: il giubbotto di finta pelle e l’assenza pressochè totale di denti.
Rispondiamo di no, sinceramente dispiaciuti. Never say sorry. Don’t get into that shit. Il solito teatrino, ogni volta che ci vede. Si apposta davanti a noi, prende in mano un cordino legato a una pietra e lo recupera. Dall’acqua emerge una sagoma argentata, ormai priva di forze: è un king salmon che passa i dieci chili, con la bocca arcuata e una coda che potrebbe spaccare un setto nasale. L’ho preso stamattina. 10 am annuncia Clyde. Era l’unico pesce preso in tutta la giornata, almeno in questo angolo di lago. Clyde l’ha preso perché è la persona che investe più ore di tutti nella pesca. Non si sa che lavoro faccia, o che cosa altro lo tenga occupato. Lui è qui, con una canna degli anni Ottanta, una scatola di pesci finti e lo zainetto. Versione afroamericana del leggendario vecchietto col cappello che spopola nei fossi della Bassa Padana, così bene raccontato da Stefano Benni nel penultimo capitolo di Bar Sport. La sua giornata sta per volgere al termine. Recupera il salmone catturato in mattinata, carica la bici e si incammina verso il parcheggio.

Il pesce non viene portato a casa, ma venduto sul posto. Il commercio fai-da-te dei salmoni pescati è una delle tante attività economiche sommerse che fa circolare moneta nel South Side. Un ambito che ha attirato grande attenzione nell’accademia, soprattutto nelle scienze sociali. Sudhir Venkatesh, un sociologo dell’Università di Chicago, ha pure scritto un libro, “Off the Books: the underground economy of the urban poor”: un’acuta descrizione delle microtransazioni su cui si fonda la vita quotidiana nei quartieri più poveri della città. Riparazioni di macchine, viveri, oggetti vari, lungo un continuum di legalità che porta fino alle attività proibite. Non si parlava di salmoni, ma anche qui funziona così. Qualche minuto di negoziazione nel parcheggio, e la transazione è conclusa. Se poi l’acquirente rivenderà a sua volta o terrà per il consumo proprio non ci è dato saperlo. Del resto, questi pesci rappresentano una primizia. Poche specie hanno carni più gustose e saporite del salmone selvatico, venduto a oltre 30 dollari al chilo nei supermercati. Certo, c’è il solito asterisco: con i livelli di mercurio di Lake Michigan, il dipartimento di pesca e risorse naturali dell’Illinois consiglia di non mangiarne più di una porzione al mese. Ma si tratta di tabelle ultra prudenti, orientate al lungo termine. E poi, in una zona della città dove gli unici posti per fare il spesa sono i negozi dei distributori di benzina, dove la frutta fresca non esiste, chi si mette a fare storie sui livelli di mercurio? Cosa sarebbe il mercurio, esattamente?

Le ore passano, e di abboccate non se ne vedono. Lanci su lanci, mentre alle nostre spalle gli addetti al barbecue fanno marciare la griglia a passo spedito. La pesca a volte è solo una scusa per fare del casino. A parte un paio di romeni che ormai fanno parte della vegetazione locale, non ci sono altri bianchi in giro. Si aprono lattine di Pabst Blue Ribbon (più nota come PBR), birra senza pretese, popolare ed economica, mentre poco lontano, nel parcheggio, un paio di ragazzi sistemano delle sedie. Tra pochi minuti inizia la partita di football dei Chicago Bears, che verrà trasmessa da una televisione portatile montata nel baule di un furgone. Tra pochi minuti quasi tutti smetteranno di pescare. No fish. Motherfuckers! ci dice il vicino, mentre chiude la canna ed entra in clima prepartita. Ci sono trenta persone radunate attorno al furgone, mentre una macchina della polizia gira senza fermarsi.

Passa una barca lungo il canale, diretta verso il porto. E’ un charter che rientra dalla battuta di pesca. I loro capitani sono quelli che sono riusciti a fare della pesca sportiva una professione: studiano i fondali e le correnti, annotano i punti giusti sul GPS e portano i loro clienti a divertirsi in mezzo al lago, assicurando successo, catture e fotografie da mettere in camera, a prezzi da 400 dollari per mezza giornata Loro i salmoni li prendono tutto l’anno, inseguendoli per gli strati d’acqua di Lake Michigan. Ma per chi non potrà mai permettersi di salire su una barca, invece, è necessario seguire le stagioni. A settembre i salmoni arrivano a riva. A ottobre si scuriscono, a novembre iniziano a morire, seguendo un ciclo naturale che è uguale in qualsiasi tipo di ambiente. E allora dalla pesca tradizionale si passa allo snagging, la “pesca a strappo”. Un sistema stigmatizzato dalle classi più abbienti, popolarissimo tra ispanici e afroamericani: non si fanno abboccare i pesci, ma si cerca di arpionarli per qualche pinna mentre nuotano in acqua bassa. Approposito. La notte seguente ci sarà uno “snagging party”, a mezzanotte, lungo le rive del porto. Si celebra l’inizio della stagione dello snagging, la finestra tra novembre e dicembre in cui la pesca a strappo è consentita. Ma questa è un’altra storia, sempre di salmoni e grattacieli.

(parte 1 – prima o poi continua…)

Di Andrea Beltrama, dal blog http://ilsalmoneeilgrattacielo.wordpress.com/