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È passato da poco il tempo delle elezioni (in Italia), dalle quali Mondo America è stato lontano come se fossero la peste.

Si parla del resto della “casta”, a proposito di politica, e il termine è azzeccato: solo diritti, pochi doveri.
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Ci sono però due “politiche”, una privata e una pubblica. Ci dovrebbero essere standard per entrambe, ma quelli della politica privata cioè occulta, la politica delle riunioni a porte chiuse, degli scambi di favore, delle trattative per la cessione di tre posti da sottosegretario in cambio dell’acquisizione di un ministro, di regole non ne può avere per principio, perché si basa sulla loro assenza, oltre che sulla conservazione del potere ad ogni costo.

La politica pubblica è quella degli atteggiamenti, delle pose, dell’immagine: che nel mondo moderno, il mondo in cui qualsiasi gesto dopo meno di un minuto viene diffuso su Twitter, sono diventati altrettanto importanti dei comportamenti lontani dagli sguardi della gente.

Immagine come sostanza, dunque. Anche quando l’immagine sia molto più profonda della sostanza stessa.

E allora servono tutti i nostri poteri di giudizio equilibrato per valutare quanto successo un mese fa, in occasione del Super Bowl, che come vedete è fonte infinita di ispirazione per questo blog. Anche questo, del resto, testimonia la sua importanza nel panorama della cultura popolare americana.

I fatti sono questi: al Super Bowl non erano presenti né il sindaco di San Francisco né quello di Santa Clara, ovvero le città in cui i 49ers, finalisti, giocano e si allenano. A Santa Clara tra l’altro sorgerà il nuovo stadio della squadra, il che ha suscitato alcune critiche e ironie, tra cui quelle della senatrice Dianne Feinstein, figura molto nota della politica nazionale e locale, che chiama ora il team “Santa Clara Microchips”, un chiaro riferimento al fiorente settore dell’elettronica della zona.

E perché non c’erano i due sindaci, Jamie Matthews e Ed Lee, quest’ultimo tra l’altro tifoso vero e non solo per opportunismo? Read more »

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È andato in onda ieri sera, su Rai 3, il film Un americano a Roma, girato nel 1954, uno dei tanti anni – in retrospettiva – magici, soprattutto per chi non li ha vissuti.

Alberto Sordi un americano a Roma Magici, forse, lo sono stati davvero. Era un’Italia reduce da una guerra disastrosa, un’Italia che cercava di riprendere fiato e ricostruirsi, un’Italia con enormi problemi ma, al contrario di oggi, un filino di convinzione di poterne uscire, anche se la sensazione non era generale, e alla prova dei fatti a guadagnarci maggiormente furono costruttori e palazzinari che impestarono le nostre periferie di alveari senza anima.

Era un’Italia certamente più bella nei paesaggi: documentari e film ci mostrano città con pochissimo traffico, con ampi spazi appena fuori da quello che era un centro storico oggi invece lontanissimo da qualsiasi superficie di respiro. In uno scorcio di una pellicola del 1957, appena oltre il Ponte Milvio, a Roma, si intravvede una sorta di sconfinato deserto verde (in realtà in bianco e nero, nel film), a parte il non lontano Aeroporto dell’Urbe che è del 1928. Dalla stessa prospettiva, oggi, l’unica macchia intatta è quella appena oltre il ponte successivo, mentre il resto è un orizzonte di edifici e ulteriori strade. “Una volta, qui era tutta campagna” non è solo un consunto modo di dire moderno, o perlomeno non è solo quello: indicherebbe anche, volendo, uno stato psicologico che apriva spazi per respirare appena fuori dai centri delle città, e non intasava troppo nemmeno le menti. Lo stesso Sordi, del resto, in uno dei libri a lui dedicati ricorda come chi attraversasse il Ponte Garibaldi dicesse ad amici e parenti “Vado a Roma”, riconoscendo così che persino Trastevere pareva fuori mano, rispetto al cuore della città.
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No, sul serio: ci è voluto un film, il che è tragico.

Il film è Lincoln, candidato a premi Oscar in varie categorie. Come raccontano varie testate, tra cui il Clarion Ledger di Jackson, Mississippi, che per primo ha riferito la notizia, un professore di neurobiologia della clinica medica della University of Mississippi, che ha sede a Jackson (il college si trova invece a… University, cioè Oxford, 250 chilometri più a nord), dopo avere visto il film è uscito dalla sala particolarmente carico e pieno di energia. Ranjan Batra, questo il suo nome, ne aveva motivo: cittadino americano dal 2008 dopo essere arrivato in Nordamerica dall’India oltre 30 anni fa ed essersi specializzato in Canada e a Syracuse, aveva appena assistito all’elaborazione di fantasia del processo per cui si era arrivati nel 1865, all’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, e si era chiesto cosa fosse accaduto nei vari Stati una volta che il Congresso aveva approvato quello che è noto come Tredicesimo Emendamento. Scorsa su un sito la lista delle ratificazioni, si era ovviamente interessato alle vicende del Mississippi, che non è solo lo stato in cui risiede ma che è stato a lungo uno dei simboli, riluttanti, della vecchia America, quella che invece per il mantenimento della schiavitù ha combattuto nella Guerra Civile (1861-65). Read more »

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Martedì sera, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha tenuto in Campidoglio di fronte ai parlamentari, riuniti in seduta unica, ai giudici della Corte Suprema e ad alcune decine di invitati speciali il cosiddetto discorso sullo Stato dell’Unione.

Un discorso cui non è tenuto, se non saltuariamente, in base all’articlo II, sezione 3, della Costituzione, secondo il quale il Presidente “dovrà dare al Congresso periodiche informazioni sullo Stato dell’Unione [noi diremmo “sulla situazione del governo e della nazione] e segnalare alla sua attenzione le misure che ritenga necessarie”. In teoria il discorso può anche essere inviato sotto forma scritta, e letto da altri – lo fecero tanti Presidenti – ma nel 1913 Woodrow Wilson si presentò di persona e diede inizio a una tradizione mai più violata. Una curiosità è che in realtà i rappresentanti del popolo e i ministri presenti sono tutti tranne uno, che resta in altro luogo per garantire la successione in caso di evento catastrofico.

Abbiamo tradotto tutto il discorso dell’altro giorno, una fatica immane – solo parzialmente alleviata dalla nostra passione per le traduzioni – che speriamo sia ricompensata dal vostro interesse. Siamo ovviamente aperti a ogni suggerimento e/o correzione nel caso di imprecisioni, sempre possibili ove si trattino materie complesse.

E ci vuole comunque una precisazione, in questa che di suo è già una premessa. Mondo America, insomma questo blog, ritiene la politica, o meglio i politici, un male necessario. Preferisce gli amministratori, che però provengono in massima parte dalle file dei politici. Ci piacciono i fatti, non le parole. E di parole i politici – come vedete non facciamo distinzioni di colore, e pazienza se aleggia l’odore di qualunquismo – ne dicono fin troppe. Il guaio è che qualcuno le riporta, e amplifica, e dà loro importanza.

Ci esasperano i primi 10’ di ogni telegiornale, e le prime 10 pagine dei quotidiani, che per la massima parte sono costituiti da estenuanti fili di parole smentibili, o smentite, il giorno dopo, e purtroppo però accompagnate da commenti, repliche, reazioni, a loro volte poi sviscerati a scatenare una nuova scarica di aria fritta.

Succede anche per il Discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Italiana: tutti su quel canale, tutti a commentare, tutti a replicare. E vigliacco però se a sette giorni di distanza qualcuno si ricorda cosa sia stato detto. Un trionfo del nulla, definizione che del resto può aderire bene a gran parte delle vicende pubbliche italiane.

E allora perché pubblicare un discorso, che è l’essenza della parola, cioè antitesi dei fatti? Semplice: perché il Presidente della Repubblica Italiana, per quanto autorevole che sia, non ha un potere paragonabile a quello del Presidente degli Stati Uniti (a proposito, vi capiterà di leggere l’acronimo POTUS, che non è altro che President Of The United States), e lo si comprende anche dalla lettura del testo, in cui le parole lasciano spessissimo, per fortuna, posto a suggerimenti di azione diretta e imminente, in fase legislativa.

Per completezza, alleghiamo il link a un articolo di Usa Today con il cosiddetto fact-checking, antica tradizione del giornalismo anglosassone ultimamente fatto passare per sconvolgente novità da testate italiane molto piene di sé: in pratica, il quotidiano statunitense ha verificato numeri e affermazioni del Presidente Obama, operando in alcuni casi importanti annotazioni. Non abbiamo avuto il tempo di tradurre questo testo di Usa Today, ma è comprensibile senza troppo sforzo.

Vi lasciamo ora alla lettura, senza filtri e senza giudizi.

E grazie.

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